Gli artisti del primo Quattrocento sono ancora gente modesta: sono figli di contadini, di macellai, di barbieri… La loro educazione si fonda ancora sui comuni rudimenti dell’artigianato. Anche se si ritengono artigiani più raffinati degli altri, non hanno avuto un’educazione scolastica, ma vengono dalla bottega, dove hanno lavorato come apprendisti di un maestro per otto (a volte anche dieci) anni. Gli insegnamenti che hanno ricevuto sono stati di natura pratica, non teorica.
Come nell’antica Grecia, il loro lavoro non è ancora considerato frutto di alto intelletto, ma semplice manovalanza: a differenza dei letterati, dei filosofi e dei poeti, gli artisti lavorano con le mani, e questo li pone sullo stesso piano di un operaio, di un ferraiolo, di uno scalpellino, di un orafo.
Verso la metà del Quattrocento alcuni artisti iniziano a godere di una certa fama. La voce si sparge e la loro bottega viene invasa da giovani apprendisti, desiderosi di lavorare con un maestro celebre e di apprenderne tutti i segreti. La bottega non viene più scelta a caso e un maestro ha allievi tanto più numerosi quanto maggiore è la sua fama.
A Firenze la bottega più in vista è quella del Verrocchio (che avrà come allievo anche Leonardo); a Venezia quella di Giovanni Bellini (dove si formeranno Giorgine e Tiziano).
Gli allievi sono mano d’opera a buon mercato e nella bottega dell’artista quattrocentesco domina ancora lo spirito collettivo che animava i cantieri medievali: non c’è l’individualismo e l’esasperata ricerca di originalità che caratterizzerà i secoli successivi. Qui i maestri, per realizzare opere impegnative come i grandi cicli di affreschi, lavorano con intere équipe di aiutanti. L’opera finale non è frutto di un solo artista, ma della collaborazione di molte mani.
Alcune botteghe sono vere e proprie aziende familiari, dove collaborano stabilmente fratelli e cognati (per esempio, a Firenze le botteghe del Ghirlandaio e dei Della Robbia). Altre botteghe sono tenute in società da due artisti, solitamente ancora giovani, all’inizio della carriera, che da soli non potrebbero far fronte alle spese di un’attività in proprio. Ci sono poi padroni di bottega che sono più impresari che artisti: si occupano prevalentemente di prendere le ordinazioni (di “vincere gli appalti”) e scelgono successivamente il pittore adatto a eseguirle.
Ma anche le botteghe più famose continuano a ricevere, accanto a commissioni importanti, incarichi più modesti, di semplice artigianato. E i maestri sono i primi a non rifiutarle. Nella bottega di Antonio Pollaiolo, già pittore e scultore illustre, si continuano a produrre cartoni per arazzi e disegni per incisioni in rame. Andrea Verrocchio, all’apice della carriera, continua ad accettare richieste di lavori d’intaglio e in terracotta.
Ovviamente i pittori famosi come Ghirlandaio, Botticelli o Filippino Lippi non si piegano certo a dipingere le insegne di un fornaio o di un macellaio, ma accettano ancora commesse che richiedono tutto sommato un’abilità modesta: dipingere cassoni nuziali e deschi da parto, disegnare modelli per tappezzerie e ricami, nonché stemmi, bandiere, gonfaloni…
Per i pittori il lavoro a salario rimane la regola fino alla fine del Quattrocento.
Ma chi erano i committenti degli artisti nel Quattrocento?
Erano principalmente due:
- la borghesia urbana,
- le corti principesche.
La borghesia urbana aveva un forte spirito capitalistico: passione per gli affari, amore del guadagno e valori quali l’operosità, la frugalità, la lealtà, la rispettabilità. (Per rispettabilità si deve intendere “solidità commerciale e buon nome”; per lealtà si deve intendere “solvibilità”).
La vita borghese era fondata sulla disciplina, il metodo, la razionalità. Tuttavia, conseguita la sicurezza economica, la disciplina si allentava e i grandi commercianti e i grandi industriali cedevano con soddisfazione crescente agli ideali dell’ozio e della bella vita.
Molte delle commesse “minori” arrivano agli artisti proprio da questi ricchi borghesi che vogliono abbellire la propria casa, ma non amano le opere troppo sfarzose (lo sfarzo cui ci hanno abituato le corti principesche): preferiscono qualcosa che si accompagni meglio al tono confortevole e intimo della casa, per esempio: spalliere lignee riccamente ornate, cassoni dipinti, maioliche, piccoli quadri di devozione, oltre ad arazzi, ricami, oreficerie, armature…
Dopo l’antichità classica, il Quattrocento è la prima epoca che offre una rilevante produzione di arte profana.
Tuttavia l’arte sacra continua ad avere un’importanza predominante. Questo perché nell’età dei Comuni i cittadini ricchi e illustri preferivano non mettersi in mostra con il loro tenore di vita: per rispetto verso i loro concittadini (e per non alimentarne l’invidia) preferivano evitare i lussi eccessivi, conducendo una vita moderata e senza ostentazioni. Ma il loro desiderio di assicurarsi la gloria nei secoli futuri li spingeva a offrire alle chiese doni preziosi (cappelle di famiglia riccamente decorate, statue di pregio, grandiose pale d’altare): quale modo migliore per acquistare fama eterna senza incorrere nel biasimo pubblico!
Il desiderio di fama eterna fu il motore che spinse i principi, i papi e i ricchi mercanti a diventare protettori e mecenati dei più grandi artisti del Rinascimento.
C’erano in Italia molte piccole corti cui urgeva acquistare reputazione e prestigio. Erigere meravigliosi edifici, ordinare tombe stupende o grandi serie di affreschi o dedicare una pittura all’altare maggiore di una chiesa famosa erano considerati mezzi sicuri per legare il proprio nome a un monumento che sarebbe stato ammirato anche nei secoli a venire. Ecco perché molte di queste corti scesero in campo per contendersi i servigi dei grandi maestri. Abbellire gli edifici e assicurarsi le opere degli artisti più famosi era motivo di vanto, alimentava l’orgoglio cittadino e aumentava la reputazione della corte (una straordinaria forma di pubblicità per l’epoca).
Se fino al secolo precedente era il principe a concedere i suoi favori all’artista, ecco che alla fine del ‘400 è l’artista a onorare un principe o un potente signore accettando una sua ordinazione. Le parti si capovolgono: è l’artista che ora pone le sue condizioni, non più il committente.
Viene finalmente riconosciuta l’autonomia della “grande arte”: l’arte libera da ogni fine pratico, l’arte separata dall’artigianato; il lavoro creativo dell’artista, distinto dal lavoro meccanico del semplice artigiano. E da questo momento l’artista diventa l’unico artefice dell’opera. L’opera non è più il risultato di uno sforzo collettivo, ma frutto dell’individualità, della creatività, del genio di un’unica persona. Michelangelo è il primo a dichiarare che l’artista deve avere il pieno controllo dell’opera, dall’inizio alla fine: nessun altro deve metterci mano. E anche opere gigantesche come gli affreschi della volta della Cappella Sistina e il Giudizio Universale vengono svolti da Michelangelo in perfetta solitudine, in totale autonomia.
L’artista diventa manager di sé stesso. Ed è ammesso – cosa impensabile all’inizio del ‘400 – a corte, accolto con tutti gli onori che un tempo venivano tributati ai poeti e ai letterati.
Anche i principi del Rinascimento vogliono accrescere il loro prestigio, e non solo agli occhi del popolo, ma anche della nobiltà. Anzi: vogliono imporsi alla nobiltà e legarla a corte. Ma la nobiltà non basta a finanziare la corte, così si avvalgono dell’aiuto di chiunque sia utile – nobile o plebeo non importa. Ecco allora che le corti italiane si popolano di avventurieri fortunati e mercanti arricchiti, umanisti plebei e artisti maleducati, che vengono tutti accolti “come se fossero persone di società”. Ed è proprio una socialità “da salotto” che si sviluppa all’interno della corte rinascimentale, anticipando la moda dei salotti letterari del Sei e del Settecento, nonché la loro copia sbiadita attuale (il Maurizio Costanzo Show ed epigoni).
All’interno di questi salotti relativamente liberi e essenzialmente intellettuali si sviluppa quel patrimonio d’idee che noi chiamiamo Umanesimo (la centralità dell’uomo nell’universo, l’individualismo, la razionalità, l’intraprendenza, il senso del bello, il recupero della tradizione classica). E’ un patrimonio di idee gelosamente riservato ed esclusivo, opera di un’élite “da salotto” imbevuta di cultura latina, quasi una “casta sacerdotale laica”, che vuole creare un monopolio del gusto e della cultura, da cui la maggioranza del popolo deve restare esclusa. E’ a questa élite che sono destinate le opere d’arte più significative del periodo.
Gli artisti ambiscono a far parte di questa ristretta cerchia di intellettuali e si muovono sotto la loro protezione e tutela. Gli umanisti si sostituiscono sia alla Chiesa che al maestro di bottega: sono loro i nuovi critici dell’arte, sono loro a conoscere e dettare i canoni della nuova bellezza. E sottostare al loro giudizio è l’unico prezzo che gli artisti devono pagare per la loro scalata sociale, per l’applauso e la gloria. |