sergio by sonia firma sergio.beccaria
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RIFLESSIONI SULL'ARTE
1. Esiste qualcosa chiamata arte?
2. E' possibile parlare d'arte?
3. E' necessario parlare d'arte?
4. Com'è nato lo star system?
 
AVVICINARSI A UN'ARTE OSTICA

Incontri sull'arte contemporanea

1. Dalla materia alla luce
2. Il gesto e oltre
3. Il figurativo nell'arte contemporanea
 
  Emilio Vedova Ciclo "Il Rosso" - Oltre 4 1985
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IL GESTO E OLTRE

in bilico fra l'arte e la vita
- il gesto che nasce dall'inconscio
--- l'improvvisazione
--- il colore
--- il segno
--- la calligrafia

- il gesto che nasce dalle idee
--- un'arte rigorosa, oggettiva, impersonale
--- un'arte rigorosa, soggettiva, personale
--- un'arte rigorosamente libera, che libera la mente

- il gesto che nasce dalla vita
--- arte come autobiografia
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arte come spettacolo

 
IL GESTO CHE NASCE DALL’INCONSCIO  

Il gesto come atto fisico, che nasce spontaneamente dagli strati più profondi e misteriosi della psiche e che si manifesta sulla tela, libero da qualsiasi vincolo culturale, estetico e morale.

   
L'IMPROVVISAZIONE  

artisti che hanno impostato la loro pittura sulla velocità dell’esecuzione, sull’impulso cinetico, sul movimento fisico del braccio:

ACTION PAINTING pittura non programmata, basata sull’azione, sul movimento, sull’improvvisazione, che prende forma e si trasforma di attimo in attimo, adattandosi al gesto improvviso e non calcolato dell’artista.
Jackson Pollock

dripping (sgocciolatura): la tela è stesa sul pavimento e Pollock vi fa sgocciolare sopra il colore girando intorno alla tela. Pittura come danza sciamanica, rivelazione del proprio sé.

Georges Mathieu pittura istantanea: il colore è spremuto sulla tela direttamente dal tubetto, il gesto è più veloce del pensiero. Spettacolari esibizioni in pubblico: a Tokyo dipingerà un’enorme tela di 12 metri in soli 20 minuti.
Wols (Wolfgang Schultze)

pittura come scrittura automatica: disegni amorfi, grovigli, ghirigori oscuri e raffinati… Definito da Georges Mathieu “il Rimbaud della pittura”.

Emilio Vedova pittura come espressione di rabbia, di sdegno, di protesta civile e politica
   
IL COLORE  

artisti che hanno puntato  sull’impatto emotivo del colore:

Jean-Paul Riopelle

piccole macchie dai colori brillanti, incastonate sulla tela come tessere  di un mosaico.

Sam Francis il piacere occidentale del colore e la filosofia orientale del vuoto: tele di grandi dimensioni, asimmetria della composizione e spazi bianchi al centro. “Lo spazio bianco al centro di questi dipinti è riservato a te”  (Sam Francis).
Morris Louis una variante della tecnica del dripping: fare scorrere sulla tela rivoli di colore molto diluito e guidare il liquido senza usare il pennello, ma variando l’inclinazione della tela. Il colore cola verso i margini, lasciando bianca la zona centrale del quadro. Qualsiasi traccia di materia pittorica scompare.
Mark Rothko immense tele-pareti: poche bande orizzontali di colore che si stagliano su uno sfondo monocromo. Sopraffatti dal colore, dalle dimensioni e dal “silenzio”.
   
IL SEGNO  

artisti che hanno dato più rilievo al segno rispetto al gesto, realizzando composizioni in cui prevale il tratto grafico-pittorico sull’improvvisazione:

Hans Hartung il segno si fa graffio doloroso. “Più che di pennelli, l’artista si serviva di punteruoli leggermente smussati che creavano sulla tela un groviglio di linee vibranti” (Angela Vettese).
Emilio Scanavino il segno si fa intreccio, groviglio di corde, nodo di angoscia.
   
LA CALLIGRAFIA  

artisti che hanno costruito con i loro segni dei veri e propri cifrari, delle calligrafie di derivazione orientale, degli alfabeti immaginari:

Mark Tobey

“Scritture Bianche”: il movimento della mano è lento, ma produce un brulichio di segni, labirintico come una calligrafia, luminoso e formicolante come le mille luci di una metropoli.

Giuseppe Capogrossi

un alfabeto composto di un solo segno, ripetuto con infinite varianti.

Jannis Kounellis lettere dell’alfabeto impazzite vagano sulla tela come il balbettio di un folle. La disgregazione del linguaggio.
   
   
IL GESTO CHE NASCE DALLE IDEE ritorna all'inizio |^|

Il gesto come atto mentale: apoteosi dell’idea a discapito della materia. L’opera d’arte è la manifestazione di un concetto, la dimostrazione di un teorema, l’espressione di un comportamento.

 

UN’ARTE RIGOROSA, OGGETTIVA, IMPERSONALE

 
ARTE CONCETTUALE l’arte non necessariamente deve produrre un oggetto. Viene a perdersi quasi completamente l’opera come oggetto fisico, mentre acquista rilievo l’analisi filosofica o scientifica del processo creativo. Pensieri, parole,  logica e matematica: questa è la materia di cui è fatta l’arte.
Joseph Kosuth arte concettuale, fondata sulla filosofia del linguaggio. Arte come linguaggio e arte come analisi del linguaggio. Il significato dell’opera è esterno all’opera. L’opera è solo un segno: è il contesto che dà senso al segno.
Barbara Kruger indaga sulla relazione esistente fra testo e contesto e la “portata politica di qualsiasi comunicazione visiva” (Angela Vettese). Ne ricava slogan che criticano ferocemente il mondo della comunicazione e le leggi di mercato.
Un esempio: “Compro quindi sono”.
MINIMAL-ART arte minimalista. Strutture semplici e razionali, dalla forma geometrica elementare, ma spesso di dimensioni imponenti. Desiderio di abolire la soggettività dell’artista e raffreddare le emozioni dello spettatore.
Frank Stella tele sagomate: la cornice viene abolita. Il disegno elementare, di una linearità disarmante, si ripete sempre uguale, seguendo la sagomatura spigolosa della tela. Dipinti privi di emozione, ma non privi di una certa eleganza.
Sol LeWitt

arte minimalista, fondata sulla matematica e sui processi seriali. Crea un’arte esatta, rigida come un teorema, la cui realizzazione può essere affidata a chiunque. “L’esecuzione è una faccenda meccanica” (Sol LeWitt). Tutto è stabilito in anticipo. Il caso e l’improvvisazione sono esclusi.

OP-ART arte ottica, fondata sulle teorie della percezione. La pittura crea l’illusione del movimento, costringendo lo spettatore a uno vero e proprio sforzo visivo (lo sforzo della retina di adattarsi all’immagine). Queste opere richiedono un certo tempo di assimilazione e si possono dire davvero compiute solo nel momento in cui lo spettatore le percepisce in tutta la loro ambiguità.
Bridget Riley

crea un disorientamento visivo partendo da un ordine rigoroso e scientifico: “movimento apparente di una superficie dipinta” (Angela Vettese). L’accostamento di linee curve ripetute in serie dà una “sensazione di ubriachezza visiva” (Angela Vettese).

Victor Vasarely colori vivacissimi e strutture geometriche ripetitive che vogliono creare un senso di instabilità nello spettatore che le guarda.
   

UN’ARTE RIGOROSA, SOGGETTIVA, PERSONALE

 
Lucio Fontana

oltre i confini della tela, verso una nuova percezione dello spazio. “Tagli rapidi e netti come rasoiate” (Giulio Carlo Argan) squarciano la tela e aprono un varco fra “lo spazio al di qua e lo spazio al di là del piano” (Giulio Carlo Argan). il gesto non è guidato dall’inconscio, ma è un atto consapevole, preciso e calcolato.

Enrico Castellani

estroflessioni: tele monocrome che presentano sporgenze e avvallamenti. Tela, telaio e sagomatura costituiscono un tutt’unico, inscindibile, e l’incidenza della luce sulla superficie crea giochi d’ombra, effetti di chiaroscuro e illusioni prospettiche. La regolarità con cui si susseguono gli avvallamenti suggerisce il senso del ritmo.

Walter Valentini “Le misure, il cielo”: le orbite dei pianeti e la proporzione aurea, la città ideale del Rinascimento e le porte stilizzate della città ducale. “Sono fermamente convinto che anche con la geometria si può fare della poesia” (Walter Valentini).
Mario Merz

il modello matematico di Fibonacci (che in natura governa la crescita degli organismi biologici) applicato come un teorema anche agli oggetti inanimati. Opere in cui appaiono foglie, semi, fiori o frutti disposti a spirale o a gruppi di 3, 5, 8, 13 e così via. Tavoli di vetro a forma di spirale, cataste di giornali rigorosamente ordinati secondo la progressione di Fibonacci… igloo come casa primordiale che ricorda la forma di una spirale tridimensionale.

Alighiero Boetti

arazzi ricamati con lettere che compongono frasi fra il poetico e il filosofico intrecciate a date, nomi di luoghi, rebus e informazioni statistiche o geografiche (per esempio la lunghezza dei fiumi, le bandiere delle nazioni…). Classificare ciò che esiste sapendo che è un’astrazione. Ordinare il disordine e disordinare l’ordine. Sdoppiare la propria identità, firmandosi Alighiero e Boetticome se si trattasse di due persone distinte.
“Se devono lavare i piatti chiamano
Alighiero. Ma gli assegni li firma Boetti"(Alighiero Boetti).

   

UN’ARTE RIGOROSAMENTE LIBERA,
CHE LIBERA LA MENTE

 
Yves Klein “Monocromi”: grandi tele di un colore solo che vogliono costringere lo spettatore a non soffermarsi sull’aspetto materiale dell’opera, ma a concentrarsi su quello mentale. Espone 11 monocromi identici, ma diversi nel prezzo, perché ciascuno di essi contiene una diversa dose di “sensibilità dell’artista”. All’interno di una stanza completamente vuota, espone "il Vuoto”: sensibilità dell’artista allo stato puro, che il pubblico può acquistare in piccole parti, sotto forma di certificati. Brevetterà una tonalità di blu particolarmente intensa, che chiamerà “International Klein Blue” (IKB), e con questo colore rivestirà le superfici più disparate: dai rilievi murali in spugna ai calchi in gesso di sculture classiche, ai corpi delle modelle che lasceranno la loro impronta blu su grandi fogli di carta (“Antropometrie”). Firma il cielo con un gesto. L’arte è un misto di provocazione, gioco e spiritualità: un rituale magico e goliardico, sacro e profano al tempo stesso.
Piero Manzoni

“Achrome”: tele bianche che non vogliono essere monocromi, ma – come dice il titolo - tele senza colore: il paradosso di rappresentare ciò che non può essere rappresentato e cioè l’assenza del colore o, più in generale, il concetto stesso di “assenza”. Realizza involucri che non contengono oggetti, ma concetti,  per esempio il piccolo contenitore cilindrico, chiuso, firmato e sigillato, su cui è apposta un’etichetta che spiega: “contiene una linea di lunghezza infinita”. Chi compra deve acquistare “a scatola chiusa”, compresi i barattoli sigillati contenenti “Merda d’artista”. Appone l’impronta del suo pollice su uova sode per far “mangiare l’arte” al pubblico. Firma le persone come se fossero “sculture viventi”. Espone “Fiato d’artista”, cioè palloncini gonfiati dall’autore che hanno valore solo in quanto contengono il fiato dell’artista. Un’arte sempre più immateriale, fondata sulle idee, sul paradosso e sulla provocazione.

Jenny Holzer tabelloni pubblicitari con brevi messaggi di grande impatto, come “L’abuso di potere arriva senza sorprendere” o “Proteggetemi da quello che voglio”. Frasi scolpite sulla pietra bianca delle panchine oppure lunghe poesie, intitolate “Lamenti”, che scorrono su display luminosi appositamente costruiti.
   
   
IL GESTO CHE NASCE DALLA VITA ritorna all'inizio |^|

Arte e vita si fondono e si confondono. L’opera d’arte è un comportamento, un atteggiamento, uno stile di vita, un gesto effimero e sfuggente che lascia dietro di sé soltanto delle tracce: impronte di qualcosa che non può essere catturato, ma soltanto documentato.

 

ARTE COME AUTOBIOGRAFIA

 
Joseph Beuys

arte è terapia, è ecologia, è dibattito politico e sociologico; è tutto ciò che l’artista fa, pensa e dice. Arte è comunicazione a tutti i livelli.

BODY-ART non è più possibile distinguere l’artista dalla sua opera: il corpo dell’artista diventa arte, è la sua stessa vita a essere esposta in pubblico.
Gina Pane l’opera d’arte è il corpo e il sangue dell’artista, che si immola sul palcoscenico, davanti al suo pubblico, in una sorta di eucarestia profana.
Günter Brus esibizioni intrise di drammaticità e di violenza emotiva. Si autodipinge il corpo per farlo sembrare spaccato a metà e poi ricucito. Si mescola al pubblico o alla folla in strada e ne osserva le reazioni inorridite. La spaccatura del corpo visualizza le lacerazioni dell’anima.
Rudolf Schwarzkogler

il suicidio come estrema forma d’arte. Morirà davvero suicida nel 1969 “dopo essersi lentamente, metodicamente, caparbiamente dissanguato” (Angela Vettese).

Cindy Sherman il travestimento come indagine della propria identità, della propria ambiguità. l’Io non è qualcosa di unitario, ma è l’insieme di molte personalità parziali che convivono. I suoi travestimenti mettono in scena gli aspetti sconosciuti e contraddittori della sua identità, evidenziano l’insicurezza di fondo dell’Io.
Luigi Ontani

tableaux vivants (dipinti viventi): travestirsi da opera d’arte, a metà fra narcisismo e ironia, per reinterpretare in chiave autobiografica la storia dell’arte occidentale oppure la mitologia indiana. “Ho costruito molto sulla vanità” (Luigi Ontani).

Gilbert & George autocelebrarsi: mitizzare la quotidianità della propria vita, proporsi come icone di sé stessi. Si autoritraggono in situazioni intime, ridicole, imbarazzanti o disturbanti, con lo scopo di rompere convenzioni e tabù. Opere fotografiche di grandi dimensioni, in cui la simmetria della composizione, lo spesso contorno nero delle figure  e l’uso del colore, piatto e uniforme, fanno pensare alle vetrate di certe cattedrali. Ma non si tratta di vetrate gotiche, piuttosto di vetrate pop, simili a monumentali cartelloni pubblicitari.
Shirin Neshat “Donne di Allah” (1993-1997): l’artista iraniana, pur vivendo da anni a New York, si ritrae vestita con l’abito femminile musulmano, che lascia scoperto solo il viso, le mani e i piedi. Nelle fotografie, ricopre le parti visibili del corpo con versi d’amore di poeti persiani: la sua elegantissima grafia “Farsi” - simile a un ricamo o a un tatuaggio - è in netto contrasto con le armi da fuoco che stringe fra le mani o che spuntano accanto al viso o fra le piante dei piedi. Ambiguità della figura del martire “collocabile in uno spazio di confine tra amore, devozione e sacrificio da un lato e odio, crudeltà, violenza e morte dall’altro” (Shirin Neshat).
   

ARTE COME SPETTACOLO

 
Hermann Nitsch “Orgien Mysterien Theater”: messa in scena misitco-teatrale di sacrifici dionisiaci, che possono durare ore o anche giorni. L’arte è rito sacrificale, lugubre, violento e purificatore. La macellazione dal vivo di animali e il cospargimento del sangue votivo sul corpo degli attori ha come significato simbolico quello di uccidere il lato animale dell’uomo e permetterne la rinascita spirituale. Una liturgia scioccante e sanguinaria di cui l’artista è sacerdote e regista.
Vanessa Beecroft coreografie congelate. La vita è un set cinematografico, con tanto di attori e di modelle immobili. Gli spettatori possono aggirarsi liberamente all’interno delle set.  A seconda delle performance, le modelle possono essere nude o indossare biancheria intima, scarpe con vertiginosi tacchi a spillo oppure accessori, tutti firmati da grandi nomi della moda. “Ho bisogno della moda per la sua stretta relazione con la bellezza femminile, ma la sua funzione è marginale rispetto al corpo” (Vanessa Beecroft). Il contatto ravvicinato con le modelle nude, ferme come statue, crea spesso imbarazzo nel pubblico. “Nelle mie performance non c’è nulla di sexy; c’è solo la vergogna. Del pubblico e delle ragazze. Ma, soprattutto, la mia” (Vanessa Beecroft).
 
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© 2010 Sergio Beccaria